I più non ritornano è il primo libro di Eugenio Corti, scritto in condizioni decisamente difficili, nei primi mesi del 1943, quando Corti è allospedale di Merano. Il sottotitolo lo definisce il diario di ventotto giorni in una sacca sul fronte russo (inverno 1942-1943). Recuperato alla fine della guerra, trascritto, viene pubblicato da Garzanti nel 1947 e diventa nel tempo un piccolo classico, unintesa testimonianza che si pone sullo stesso livello di intensità morale di Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi, del Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, del Cristo con gli alpini di Don Carlo Gnocchi. La scorsa estate le edizioni Ares ne ha mandano in libreria una nuova edizione, completando la pubblicazione dellopera omnia di Eugenio Corti. Francois Livi, docente alla Sorbona di Parigi e autore di uno studio , uscito nel 2012, dedicato allItalia letteraria da Dante a Eugenio Corti sottolinea che questo «diario è ben più di una semplice cronaca, per quanto ammirevole». Lambizione di Eugenio Corti è più grande: «Tentar di capire, al di là della sua esperienza personale, necessariamente limitata, il mistero del male, e in particolare quel flagello per lumanità che è la guerra». A conclusione del libro Corti ha pubblicato una serie di note, composte da vari materiali (notizie, documenti, lettere) che danno indicazioni di spiegazione e di riflessione su alcuni passaggi del diario. Tra queste cè una lettera, che qui pubblichiamo, scritta molti anni dopo, nel 1973, ad un amico in cui Corti approfondisce il tema suggerito dal critico francese, quello della «guerra come castigo di Dio», un testo intenso e ancora attualissimo, in cui alla fine Corti accenna anche al Cavallo rosso, cui sta lavorando in quegli anni.